C’è un tipo di mal di schiena che non “ci sta” con la solita storia della postura o del materasso sbagliato. È quel dolore che ti sveglia di notte, ti fa alzare rigido come un pezzo di legno e, paradossalmente, migliora quando ti muovi. Se ti suona familiare, vale la pena conoscere da vicino la spondiloartrite anchilosante, perché qui la differenza la fa il tempo: prima si riconosce, più si può fermare la corsa verso l’anchilosi.
Cos’è davvero e perché può passare inosservata
La spondiloartrite anchilosante (chiamata anche spondilite anchilosante) è una malattia infiammatoria cronica che colpisce soprattutto la colonna vertebrale e le articolazioni sacro-iliache, quelle “cerniere” tra bacino e schiena. L’infiammazione, se persiste per anni senza controllo, può portare a una progressiva rigidità fino alla fusione di alcune vertebre.
Il problema è che all’inizio si maschera benissimo. Un giovane adulto con lombalgia viene spesso rassicurato, “è stress”, “è contrattura”, “passa con un po’ di riposo”. Qui invece il riposo spesso peggiora.
I campanelli d’allarme, quelli che meritano ascolto
Il sospetto clinico nasce da dettagli molto specifici, che messi insieme fanno accendere la lampadina:
- Lombalgia persistente da più di 3-6 mesi
- Età tipica di esordio sotto i 40 anni
- Dolore notturno (spesso nella seconda metà della notte) con bisogno di alzarsi
- Rigidità mattutina che migliora con una doccia calda o con il movimento
- Miglioramento con attività fisica, peggioramento con inattività
Se ti riconosci in più di uno di questi punti, non significa “diagnosi fatta”, ma significa che vale una valutazione mirata, meglio se reumatologica.
Diagnosi: perché la risonanza può cambiare la storia
Uno dei motivi per cui il ritardo diagnostico di 7-10 anni è così comune è il mimetismo con le lombalgie “banali”. La svolta, oggi, è l’imaging precoce.
Gli strumenti chiave
- Anamnesi e visita: restano fondamentali, perché i sintomi raccontano spesso più di un esame.
- Risonanza Magnetica (RM): è l’esame che può vedere l’infiammazione delle sacro-iliache prima che compaiano danni visibili alla radiografia. È qui che si può intercettare la malattia quando è ancora “reversibile” nella sua componente infiammatoria.
- Radiografie: utili negli stadi avanzati, quando compaiono alterazioni strutturali.
- HLA-B27: un test genetico che può supportare il sospetto, ma non è una sentenza. Si può essere positivi senza malattia, o avere la malattia ed essere negativi.
- Criteri diagnostici: sono in continuo aggiornamento e combinano clinica, laboratorio e imaging.
Un dettaglio che spesso tranquillizza, la diagnosi non si basa su “un solo numero” o su un singolo referto, ma su un puzzle completo.
Trattamento: spegnere l’infiammazione, proteggere la colonna
L’obiettivo non è solo “stare meglio oggi”, ma evitare che l’infiammazione diventi danno strutturale. In pratica, si lavora su tre fronti: dolore, progressione, funzionalità.
Farmaci: dalla prima linea ai biologici
- FANS (anti-infiammatori non steroidei): spesso sono la prima scelta, soprattutto nelle fasi iniziali. Possono ridurre dolore e rigidità, e in alcuni casi controllare bene i sintomi.
- Biologici: quando l’attività di malattia è significativa o i FANS non bastano, entrano in gioco farmaci mirati come gli anti-TNF (ad esempio adalimumab) o gli anti-IL-17. L’idea è semplice, bloccare le vie dell’infiammazione che alimentano la malattia. In molti pazienti, se iniziati precocemente, aiutano a ridurre sintomi e rischio di progressione verso l’anchilosi.
- In casi selezionati: infiltrazioni intra-articolari ecoguidate con steroidi sulle sacro-iliache per dolore persistente, anche quando la terapia di fondo è già impostata.
Per capire il quadro, può aiutare questa sintesi:
| Approccio | A cosa serve | Quando si usa |
|---|---|---|
| FANS | Ridurre dolore e infiammazione | Prima linea |
| Biologici | Controllo profondo dell’infiammazione | Se malattia attiva o FANS insufficienti |
| Infiltrazioni | Sollievo locale mirato | Dolore sacro-iliaco resistente |
| Fisioterapia | Mobilità, postura, elasticità | Sempre, come base |
Fisioterapia e movimento: il “farmaco” quotidiano
Qui il movimento non è un consiglio generico, è parte della terapia. L’obiettivo è mantenere elasticità, espansione toracica, forza e postura. Programmi regolari di esercizio, con fisioterapista quando serve, possono cambiare la qualità della giornata, e spesso anche della notte.
Stile di vita: piccoli dettagli che sommano
Molte persone scoprono che la gestione globale fa la differenza:
- Routine di esercizio costante (anche breve, ma regolare)
- Attenzione a eventuali sintomi intestinali associati, perché l’infiammazione può coinvolgere anche altri distretti
- Scelte alimentari orientate a un profilo antinfiammatorio, senza estremismi, ma con consapevolezza
La risposta alla domanda che conta
Sì, la spondiloartrite anchilosante può portare a rigidità importante e fusione vertebrale, ma non è un destino inevitabile. Con una diagnosi precoce (spesso grazie alla RM) e un trattamento ben calibrato, dai FANS ai biologici, più fisioterapia e movimento, si può ridurre l’infiammazione, proteggere la colonna e recuperare una vita piena. Se c’è un punto da ricordare, è questo: quel mal di schiena “strano” merita attenzione, non rassegnazione. E parlarne presto con uno specialista può davvero cambiare la storia.




