Capita spesso che una parola sentita di sfuggita, magari dopo un esame di routine, inizi a ronzare in testa più del previsto. “Diverticoli”, per esempio. Suona quasi innocua, e invece racconta qualcosa di molto concreto su come lavora (e si affatica) il nostro intestino.
Cosa sono, davvero, i diverticoli
I diverticoli sono piccole sacche, come minuscole “bolle” che spingono verso l’esterno, formando una protuberanza nella parete dell’intestino crasso. Compaiono più spesso nel tratto finale, soprattutto nel sigma e nel colon discendente, perché lì la pressione interna può essere maggiore.
Perché si formano? Di solito entrano in gioco tre fattori che si sommano nel tempo:
- Dieta povera di fibre, quindi feci più dure e difficili da far avanzare
- Stitichezza e sforzo evacuativo ripetuto
- Scarsa idratazione (le fibre senza acqua funzionano peggio)
Il risultato è un intestino che, per spingere, aumenta la pressione, e nei punti più “deboli” della muscolatura la parete tende a cedere.
Diverticolosi e diverticolite, la differenza che cambia tutto
Qui è facile confondersi, ma la distinzione è fondamentale.
Diverticolosi: presenza, spesso silenziosa
La diverticolosi significa semplicemente che i diverticoli ci sono. In molti casi non danno alcun sintomo e vengono scoperti per caso durante una colonscopia o altri esami. È molto comune con l’età, arrivando a coinvolgere circa la metà delle persone oltre i 60 anni.
Quando si fa sentire, di solito lo fa in modo “sfumato”:
- gonfiore e meteorismo
- flatulenza
- alvo alterno (stitichezza o diarrea)
- fastidio o dolore lieve, spesso non ben localizzato
Diverticolite: infiammazione (e rischio complicanze)
La diverticolite è quando uno o più diverticoli si infiammano o si infettano. Succede in una minoranza dei casi (circa 4-5%), ma è la parte che richiede più attenzione perché può evolvere rapidamente.
I segnali tipici sono più netti:
- dolore addominale intenso, spesso in basso a sinistra
- febbre
- nausea o vomito
- crampi e tensione addominale
Se trascurata, può complicarsi con ascessi, perforazione, peritonite, sanguinamento, occlusione o fistole. Non per spaventare, ma per chiarire perché alcuni sintomi non vanno aspettati “a vedere se passa”.
Come si fa diagnosi (e perché conta il timing)
Nella pratica, il medico valuta sintomi e visita, poi sceglie l’esame più adatto.
- TC addominale: spesso è l’esame di riferimento in fase sospetta acuta, perché vede infiammazione, raccolte e complicanze.
- Colonscopia: utile per valutare il colon, ma non si esegue di solito in fase acuta, per ridurre rischi.
- Clisma opaco: oggi meno usato, può avere un ruolo in contesti selezionati.
Trattamento: due strade, a seconda del quadro
Se c’è diverticolosi (senza infiammazione)
L’obiettivo è ridurre la pressione nel colon e rendere l’evacuazione più “morbida” e regolare:
- aumentare le fibre (frutta, verdura, legumi, cereali integrali)
- bere di più, in modo costante
- muoversi, anche camminate quotidiane
In chi ha sintomi, il medico può valutare un percorso personalizzato con antispastici, probiotici o altre strategie, oltre al monitoraggio.
Se c’è diverticolite
Qui cambia passo.
- Forma lieve (gestione spesso domiciliare, se il medico lo ritiene sicuro)
- riposo intestinale, spesso con dieta liquida iniziale
- antibiotici quando indicati
- antidolorifici e idratazione, con progressiva reintroduzione di cibi e poi fibre
- Forma grave o complicata
- ricovero, antibiotici per via endovenosa
- eventuale drenaggio di ascessi
- in alcuni casi, chirurgia per rimuovere il tratto di colon coinvolto
Prevenzione: piccole abitudini che fanno una grande differenza
La prevenzione è sorprendentemente “quotidiana”: puntare a 25-30 g di fibre al giorno, associare buona idratazione, evitare la stitichezza e ridurre la sedentarietà. E soprattutto, se compaiono dolore importante, febbre o peggioramento rapido, parlare subito con un medico, perché la diverticolite non è un fastidio da stringere i denti e ignorare.




